Sapone autoprodotto nel bucato: chimica ed esperienza pratica

Lavatrice_BoschUsare il sapone fatto in casa nel bucato è l’obiettivo di tanti che si accostano all’autoproduzione. L’idea di eliminare i detergenti industriali è una bella sfida, ma che, come tutte le sfide, richiede un po’ di pazienza, di studio e di sperimentazione.

Come ho ripetuto tante volte nelle nostre discussioni sull’argomento nel gruppo Facebook “Il mio sapone“, passare al sapone autoprodotto nel bucato non è un gesto automatico come cambiare la marca del fustino al supermercato. Richiede la conoscenza dei fattori che concorrono a far sì che una sostanza detergente, nel nostro caso il sapone, lavi i panni in maniera più o meno efficace. Da un lato questi fattori sono legati alla composizione del sapone e al suo pH. Dall’altro entrano in ballo la durezza dell’acqua, le temperature di lavaggio e la composizione dello sporco. Un piccolo esame preventivo per capire che cosa laviamo e come lo laviamo è sempre il punto di partenza per formulare un buon sapone.

Il sapone ideale

Le prestazioni di un sapone dipendono dalla composizione in acidi grassi degli oli che abbiamo usato per produrlo. Come abbiamo spiegato in una tabella riassuntiva che si può scaricare gratuitamente, un elemento importante per scegliere i grassi più adatti al sapone da bucato è la lunghezza della catena atomica degli acidi grassi che li compongono. Acidi grassi come l’oleico – il principale elemento dell’olio di oliva e di moltissimi altri oli vegetali – e il linoleico che si trova in oli vegetali poco costosi come arachidi, girasole, mais hanno tutti una catena di 18 atomi di carbonio e rappresentano quindi una buona scelta per il sapone da bucato. Anche lo stearico, contenuto nei grassi animali o in certi saturi vegetali, ha la stessa lunghezza dell’oleico ma, una volta saponificato, in presenza di acque calcaree può formare depositi insolubili sui tessuti e nelle tubature. Buono invece anche l’olio di cocco nonostante il suo principale componente, l’acido laurico, abbia una catena più corta dell’oleico con soli 12 atomi di carbonio.

Un altro fattore importante è il pH e qui entra il gioco l’eccesso di soda che è necessario calcolare nella formulazione dei saponi da bucato. Se in quelli per il corpo, il pH normale è attorno al 9, perché un sapone risulti efficace nel bucato bisogna salire a pH 10.5 o 11. Finora noi abbiamo lavorato in eccesso di alcali tra il 3 e il 5%, ma l’esperienza di un professionista come Rodolfo Baraldini arriva a suggerire eccessi anche del 10%. Rodolfo ha pubblicato un post sul suo blog a proposito dell’uso del sapone autoprodotto nel bucato che è un ottimo approfondimento e che conferma molte delle nostre sperimentazioni. Ciò che Rodolfo conferma con la sua esperienza è che, come già avevamo verificato Marina ed io, inserire nel sapone aceto o persino bicarbonato, pretendendo che questi additivi lo facciano diventare un super-detersivo è… tempo perso (e denota anche scarsa conocenza dell’Abc della saponificazione).

Durezza dell’acqua e sequestranti

Più l’acqua è dura e meno lava il sapone, questo è il principio di base. I sali metallici disciolti in acqua infatti si combinano col sapone, ne dimuiscono il potere detergente e possono formare depositi insolubili. Per questo partire da un sito web che aiuta a capire quando sia dura l’acqua nella zona in cui abitiamo può dare un’ottima mano! A questo punto, se abbiamo scoperto che viviamo in un’area dove l’acqua è dura o molto dura, diventa importante prevedere l’aggiunta di sequestranti o direttamente al sapone o, meglio, in fase di lavaggio. Sodio citrato e sodio gluconato sono i più usati dai saponai autoproduttori, ma c’è chi ha sperimentato anche col tetrasodio etidronato. Di additivi sequestranti parliamo nel manuale “Sapone fatto in casa for Dummies“, ne parla Rodolfo nel post del suo blog che abbiamo citato e ne discutiamo molto spesso nel nostro gruppo su Facebook.

Immagine del post: by Antonio Mette (Own work) [CC BY-SA 4.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], via Wikimedia Commons

Acidi grassi: nomi e funzioni nel sapone autoprodotto

olio di vinaccioliGli acidi grassi sono i mattoncini fondamentali di tutti gli oli e i grassi che si trovano in natura. Si tratta di molecole dalla forma allungata nelle quali le catene di atomi di carbonio – di solito tre visto che si parla di trigliceridi, sono legate in un’unica struttura da una molecola di glicerolo.

Gli acidi grassi sono circa un centinaio, ma quelli che interessano nell’autoproduzione di sapone sono più o meno una quindicina e si trovano negli oli e nei grassi più comuni. Sapere la quantità di acidi grassi contenuta nella materia prima del sapone e capire la loro resa nel prodotto finito, è un elemento importante per avere un’idea di come i grassi vadano scelti e combinati.

Ma non tutto è così semplice come sembra. Come spieghiamo nei capitoli 3 e 19 del nostro nuovo manuale Il sapone fatto in casa For Dummies il contenuto di acidi grassi di ciascun olio può variare moltissimo a seconda della provenienza, delle annate se si tratta di oli vegetali e persino dei sistemi di estrazione. Questa complessità mette molto in crisi le pretese di “scientificità” nella produzione casalinga del sapone, ma è sicuramente un’informazione importante per tutti i saponai che vogliono capire meglio che cosa succede nel loro pentolone quando la reazione di saponificazione è stata messa in moto.

Tra i contenuti extra che è possibile scaricare dal sito del libro abbiamo incluso una tabella in cui abbiamo elencato gli acidi grassi saturi, insaturi e polinsaturi a seconda delle loro funzioni nel sapone. Datele un’occhiata perché potreste scoprire parecchie sorprese! La realtà è sempre molto, ma molto più complessa di quanto si potrebbe pensare.

Perché il mio sapone è sempre gelatinoso? E come posso evitarlo?

Un’altra domanda frequente, tornata a galla proprio di recente su sapone, mailing list dei saponai che parlano italiano.

In risposta, c’è chi punta il dito sugli errori nella formulazione della ricetta; chi invece raccomanda soluzioni di ispirazione industriale, che prevedono l’aggiunta di ingredienti speciali.

Ma anche qui, la risposta dipende innanzitutto dai motivi che ci hanno portato a far sapone. E vale sempre la pena di fermarsi a chiedersi perché lo facciamo.

Per me, far sapone è, nello stesso tempo, ricerca di un sano benessere e un modo per rendermi indipendente dalle “logiche di mercato” – espressione che detesto, ma che esprime bene e in sintesi la catena di interessi, strategie ed eventi che ha portato alla globalizzazione, alla crisi economica, ai nuovi schiavi e a tutte le malattie economiche (e, di riflesso, sociali) che ci affliggono.

In altre parole, la mia scelta di far sapone parte dal desiderio di una vita più sana in tutti i sensi, a 360 gradi -non soltanto per me, ma per “il mondo” nella sua interezza.

Per questo, non mi basta scegliere una ricetta qualunque, trovata non importa dove, né seguire le mode che dilagano sui media (social e non).

Per questo, la mia scelta di far sapone implica, a monte, scelte etiche sui singoli ingredienti e persino sui metodi che seguo. Scelte molto più facili di quanto non sembrino, perché stanno alla base del mio desiderio di far sapone e lo “formano”… automaticamente 🙂

Nello specifico, anche il metodo che seguo per avere saponi sempre di buona consistenza è molto semplice: basta infatti seguire buone pratiche di preparazione e rispettare i tempi di stagionatura e di asciugatura. Suggerimenti che si trovano, ampiamente documentati, nel manuale scritto a quattro mani con Patrizia, Il tuo sapone naturale.

In sintesi, poiché i miei saponi hanno sempre almeno l’85% di olio di oliva:

  1. Uso generalmente il metodo ad acqua ridotta.
  2. Mi assicuro che le temperature di miscela siano tali da garantire una buona “fase del gel”.
  3. Lascio stagionare il sapone almeno 8 settimane prima dell’uso. E se invece di 8 settimane aspetto 6 mesi o anche un anno… lo trovo sempre migliore: più delicato, più ricco di schiuma, meno bavoso!
  4. Tengo a portata di mano due o tre pezzi di sapone per volta, appoggiati su portasaponi “a istrice”, e li lascio asciugare completamente tra una lavata di mani e l’altra.

Tutto qui, senza bisogno di arrovellarsi per trovare ingredienti speciali o formule garantite da calcoli “scientifici”.

Provare per credere! 🙂

Calcolare il volume degli stampi

A volte ci chiedono, come si calcola il volume dello stampo – o per converso, quanto sapone devo fare per riempire il mio stampo?

Anche qui, ci sono almeno due risposte possibili – una un po’ approssimativa, ma funzionale; e una più precisa, ma più complessa e laboriosa da applicare.

Cominciamo con la risposta semplice. Chi fa sapone sa (empiricamente) che la pasta di sapone fresca è un po’ più pesante dell’acqua. Ciò significa che lo spazio occupato dalla pasta di sapone sarà un po’ inferiore allo spazio che occuperebbe lo stesso peso di acqua.

Pertanto, se volete assicurarvi che la vostra pasta di sapone sia sufficiente e stia negli stampi che volete usare, dovrete per prima cosa calcolare il peso totale degli ingredienti in ricetta. Pesate poi in un recipiente qualsiasi altrettanta acqua e versatela negli stampi: facile, no?

Per la risposta “scientifica”, dovrete calcolare individualmente il volume dei singoli ingredienti in base al loro peso specifico. Confronterete poi la somma dei volumi col volume degli stampi che intendete usare.

Se scegliete il metodo “scientifico”, fate riferimento ai vostri libri per i calcoli – e tenete presente che, per effetto del calore, la pasta del sapone a freddo può aumentare di volume durante la fase del gel. Calcolate quindi un margine di sicurezza per essere certi che la pasta di sapone non fuoriesca dagli stampi.

Il tuo sapone naturale: quarta edizione

Il tuo sapone naturale: metodi e consigli pratici (metodi, ingredienti, ricette)

tutto nuovo, a partire dalla copertina!

 

È uscita la quarta edizione del manuale più completo per il sapone autoprodotto, completamente rivisto nella struttura e aggiornato nei contenuti.

Leggete l’annuncio sul nostro blog a quattro mani su garzena-tadiello.com.

Scoprite tutti i particolari del libro sulla pagina dedicata a Il tuo sapone naturale su Vivere naturalmente.net.

Temperature di miscela

Qualcuno ogni tanto ci chiede come mai consigliamo di unire la soluzione caustica ai grassi a determinate temperature, e perché suggeriamo di regolare le temperature degli ingredienti in modo che la soluzione caustica sia sempre di qualche gradi più bassa di quella dei grassi.

Ecco la risposta breve: si tratta di un consiglio basato sull’esperienza comune, nato dall’osservazione empirica che il fenomeno del vulcano si verifica (molto) più di frequente quando la soluzione di NaOH è troppo calda. A margine, è proprio questa la ragione che ci spinge a consigliare i metodi tutto a freddo e ad acqua ridotta come evoluzioni che richiedono un’esperienza (di prima mano) già consolidata col metodo a freddo di base.

Risposta lunga… a beneficio degli “scienziati” del sapone fatto in casa 🙂

Nel 2004 e nel 2006, con le prime edizioni dei nostri libri, il concetto di avere la soluzione caustica alla stessa o a una più bassa temperatura dei grassi era stato ripreso dalle fonti allora disponibili (Cavitch, Coss, Miller) e confermato dalle verifiche effettuate da centinaia di iscritti alle comunità di allora, le mailing list quali Sapone (in italiano), Soap Naturally, Hot Soap, UK Soaping (in inglese). Non avendo prove in contrario di prima mano, non abbiamo avuto ragione di cambiare quel consiglio – e questo, anche quando comparve il concetto del metodo tutto a freddo. Peraltro, quest’ultimo sfrutta il calore della soluzione caustica per sciogliere dei grassi solidi, cosa che potrebbe abbassare più rapidamente la temperatura della miscela – se qualcuno fosse interessato, non sarebbe difficile verificarlo “scientificamente”.

Per esperienza diretta, ho invece verificato di prima mano quel che succede aggiungendo la soluzione caustica senza preoccuparmi delle temperature. Ho ripetuto l’esperimento diverse volte e, guarda caso, ho avuto più spesso il problema di trovarmi con una pasta di sapone quasi solida prima ancora di poter aggiungere eventuali additivi. Coincidenza? Colpa dei grassi usati? Anche qui… chi vuole può fare le verifiche “scientifiche” del caso. Rimane tuttavia il fatto che, se aggiungo la soluzione caustica quando la sua temperatura è inferiore a quella dei grassi, ho sempre meno problemi… e non mi capita di dover “cazzuolare” il sapone a freddo negli stampi!!! (facendo salve le eccezioni dei saponi che usano ingredienti notoriamente “ammassanti”)

Per quanto mi possa incuriosire, non mi sembra essenziale svolgere altri esperimenti per “giustificare” un’affermazione che ha solo valore indicativo (non “normativo”), e che si basa su esperienze dirette e motivi ragionevoli, verificati e condivisi anche da altri autori.

Lascio pertanto il campo aperto (e spazio su questo blog per pubblicare i risultati) a chi volesse cimentarsi nella dimostrazione “scientifica” del perché si preferisce che la soluzione caustica sia un pochino più fredda dei grassi.