Domande frequenti: ma se non metto l’amido o la farina che cosa succede?

Certe formule di sapone, comprese parecchie delle nostre, contengono tra gli ingredienti piccole dosi di amido o farine. Si tratta di additivi, cioè di “aggiunte” facoltative la cui presenza o assenza non compromette il risultato finale. La risposta alla domanda che apre quest post è dunque molto semplice: se non metti amido o farina nel sapone, non succede proprio *niente*!

Per capirlo però bisogna prima di tutto chiedersi qual è la funzione di questi additivi e quali risultati si vogliono ottenere usandoli. Una domanda che dovrebbe valere per qualsiasi ingrediente si decida di aggiungere al sapone.

Funzione delle farine nel sapone – Quelle a grana grossa (mais bramato, crusca, etc) hanno una leggera funzione esfoliante, come i piccoli semi e le erbe secche. Non sono però efficaci come il sale o la polvere di pomice, perché tendono ad assorbire acqua durante la saponificazione e ad ammorbidirsi. Di solito, volendo ottenere un sapone a leggero effetto scrub usando le farine, conviene farlo a strati, aggiungendo la farina soltanto a una parte della pasta di sapone per evitare che si disperda in tutta la massa e perda quindi la (poca) efficacia. La quantità di farina che si usa in questo caso è nell’ordine di pochi cucchiai, da aggiungere a una parte della pasta di sapone prima di versarla nello stampo.

Funzione degli amidi (e delle farine fini) nel sapone – Gli amidi di riso o di mais, così come le farine fini, possono essere usati come blandi fissatori delle profumazioni. In tal caso, non vanno semplicemente aggiunti nella miscela di sapone, ma è necessario prepararli prima in questo modo: qualche ora prima di far sapone, meglio ancora se il giorno prima, si versa l’amido o la farina in un vasetto di vetro a chiusura ermetica, si aggiunge la profumazione (oli essenziali o fragranze), si mescola, si chiude ermeticamente e si lascia riposare. Questo farà in modo che l’amido si impregni di profumo e che, per quanto sarà possibile, lo trattenga nel momento in cui sarà disperso nel sapone. La quantità di amidi o farine che si usa a questo scopo è minimale: di solito 1 o 2 cucchiaini, a seconda della quantità di profumazione da fissare. E’ un accorgimento che, come detto, non garantisce miracoli. Voledo una profumazione persistente, meglio puntare sulla quantità e qualità degli oli essenziali o delle fragranze, lasciando perdere l’amido.

Le farine fini contengono proteine e amidi che possono contribuire a diminuire il potere detergente del sapone, rendendolo più delicato. E’ il caso, per esempio, dell’avena. Anche a tal scopo però l’aggiunta va fatta con cognizione, senza esagerare, per evitare di trovarsi con un sapone spugnoso, bavoso e facile preda delle muffe. Uno o due cucchiai colmi per chilo di grassi sono di solito sufficienti.

Farine e amidi non vanno mai aggiunti ai saponi destinati al bucato, perché contribuiscono a creare residui insolubili che si appiccicano sui tessuti e nelle tubature. I saponi destinati al bucato devono invece potersi dissolvere velocemente e totalmente.

Sul web esistono formule demenziali di saponi con quantità enormi di farina che vengono utilizzate per emulsionare e far rapprendere un pastrocchio di olio e acqua che, altrimenti, non si addenserebbe nemmeno a piangere. Ma si tratta, appunto, di ricette demenziali. Approfondimenti sui metodi per fare il sapone, sugli ingredienti e le loro combinazioni, li trovate nel nostro manuale “Il sapone fatto in casa for Dummies“.

Sapone da bucato autoprodotto: formula con acidi grassi a catena lunga

La ricerca di un sapone autoprodotto che funzioni nel bucato richiede, come abbiamo già scritto in questo blog più volte, una certa dose di sperimentazioni. Difficilmente si azzecca la formula ideale al primo colpo, perché l’efficacia del sapone in lavatrice dipende anche da fattori che non hanno strettamente a che vedere con gli ingredienti di cui è fatto, come la temperatura del lavaggio, la durezza dell’acqua, l’efficienza della lavatrice e, ovviamente, il tipo di sporco.

Sull’onda di tante discussioni nel nostro gruppo su Facebook Il Mio Sapone e grazie a un post di Rodolfo Baraldini sul suo blog Nononsensecosmethic, mi è tornata la voglia di rimettermi a fare il piccolo chimico e di giocare un po’ con la formulazione dei saponi per il bucato in lavatrice.

IMGP4325Primo passo, la scelta degli oli – Il primo passo di questo nuovo “viaggio” è cominciato da una riflessione sulla scelta dei grassi per fare il sapone. Sono partita dalla nostra tabella del libro “Sapone fatto in casa for dummies” che descrive il contenuto in acidi grassi degli oli vegetali, e da qui ho scelto quelli a maggior contenuto di acido oleico (catena a 18 atomi di carbonio, C18:1) e di acido linoleico (C18:2). Gli acidi grassi a catena lunga non danno saponi molto solubili se l’acqua è a bassa temperatura, ma la loro prestazione migliora quando si raggiungono le normali temperature di lavaggio in lavatrice. E hanno il vantaggio di non produrre eccessiva schiuma o di legarsi ai metalli disciolti in acqua come capita ai sali sodici ottenuti dall’acido stearico.

Partendo da queste considerazioni, ho formulato un sapone combinando il 65% di oli polinsaturi ricchi di acido linoleico col 15% di oli monoinsaturi ricchi di oleico. La scelta è caduta su oli che avevo in casa e che si trovano facilmente ovunque: girasole e oliva. A questa base, ho aggiunto il 20% di olio di cocco per sfruttare il potere lavante e la solubilità in acqua dei sali sodici di acido laurico (catena a 12 atomi di carbonio C:12).

Secondo passo, eccesso di alcali al 10% – Contrariamente a quanto avevo fatto finora, ho poi portato l’eccesso di alcali fino al 10%, supportata in questo dalla considerazione di Baraldini sul fatto che i detergenti industriali hanno spesso eccessi di “soda” addirittura del 20%. Sapendo che così tanta soda caustica avrebbe fatto aumentare la temperatura della reazione chimica e che la presenza dell’olio di cocco mi esponeva a un effetto-vulcano quasi garantito, ho deciso di lavorare con una quantità di acqua calcolata, come in molte ricette “tradizionali”, sulla quantità del peso dei grassi. Giusto per andare sul sicuro…. E ora ecco la ricetta completa!

Sapone da bucato C12-C18

Olio di girasole 650 g

Olio di cocco 200 g

Olio di oliva 150 g

Soda caustica 160 g (eccesso 10%)

Acqua 300 g

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Il sapone passato nel macinino

Terzo passo, la preparazione del sapone – Con questi ingredienti ho fatto sapone seguendo il metodo a freddo di base. Per evitare scherzi con le temperature, ho lavorato con soda e grassi attorno ai 30°. Ho poi versato il sapone in uno stampo molto grande in modo che lo strato di pasta restasse piuttosto sottile, ma che avesse comunque massa sufficiente per attraversare la fase del gel. Dopo due giorni ho tolto il sapone dallo stampo e, indossando i guanti, l’ho ridotto a pezzetti con un coltello. Ho lasciato i dadini di sapone nello stampo una decina di giorni, girandoli ogni tanto con una forchetta perché prendessero aria e si asciugassero bene. A quel punto, li ho messi nel robot da cucina e li ho macinati a dovere.

saponebucato

Gel viscoso, diluizione 1:1

Quarto passo, diluizione del sapone – In tutti questi anni, ho preparato gel da bucato con diluizioni 1:10 o 1:5 (una parte di sapone e 10 o 5 di acqua), ma stavolta ho voluto percorrere una strada nuova e accettare l’idea di Baraldini di una diluizione 1:1 per avere un sapone più concentrato e più facilmente dosabile. Ho scelto inoltre di diluirlo a freddo, senza ricorrere ai fornelli né al bagnomaria. Ma per non rischiare di buttare via tutto, sono partita da una piccola quantità. Ho messo 100 grammi del mio sapone macinato in un contenitore di plastica dura e ci ho versato sopra 100 grammi di acqua bollente. Per facilitare la diluizione ho aggiunto anche un 20% di alcol etilico. Ho isolato con un asciugamano di spugna bello pesante e lasciato riposare il tutto per un paio d’ore. A quel punto, aiutandomi, con una forchetta, ho cominciato a mescolare fino a ottenere un “pastone” ancora abbastanza grumoso. Ho dato modo al sapone di riposare per altre 24 ore e, il giorno dopo, il gel viscoso era pronto…. bello, lucido e concentrato come si vede nella foto! Volendo aggiungere una profumazione, cosa che stavolta non ho fatto perché ero più interessata alla formulazione che agli additivi, sarebbe bastato aggiungerla all’alcol etilico prima di incorporarla al sapone. Il pH di questo gel viscoso è alto (11,5 misurato con le mie cartine), questo significa che bisogna maneggiarlo coi guanti e che non è adatto a lavare fibre di origine animale (lana, seta) sensibili ai detergenti troppo alcalini.

Per completare l’esperimento ho deciso inoltre che questo sapone non avrebbe contenuto sequestranti, almeno fino a quando non avessi testato le sue prestazioni in lavatrice e non fossi giunta a conclusioni diverse. A voi quindi le prove-lavatrice nella prossima puntata di questa storia! 🙂

Sapone autoprodotto nel bucato: chimica ed esperienza pratica

Lavatrice_BoschUsare il sapone fatto in casa nel bucato è l’obiettivo di tanti che si accostano all’autoproduzione. L’idea di eliminare i detergenti industriali è una bella sfida, ma che, come tutte le sfide, richiede un po’ di pazienza, di studio e di sperimentazione.

Come ho ripetuto tante volte nelle nostre discussioni sull’argomento nel gruppo Facebook “Il mio sapone“, passare al sapone autoprodotto nel bucato non è un gesto automatico come cambiare la marca del fustino al supermercato. Richiede la conoscenza dei fattori che concorrono a far sì che una sostanza detergente, nel nostro caso il sapone, lavi i panni in maniera più o meno efficace. Da un lato questi fattori sono legati alla composizione del sapone e al suo pH. Dall’altro entrano in ballo la durezza dell’acqua, le temperature di lavaggio e la composizione dello sporco. Un piccolo esame preventivo per capire che cosa laviamo e come lo laviamo è sempre il punto di partenza per formulare un buon sapone.

Il sapone ideale

Le prestazioni di un sapone dipendono dalla composizione in acidi grassi degli oli che abbiamo usato per produrlo. Come abbiamo spiegato in una tabella riassuntiva che si può scaricare gratuitamente, un elemento importante per scegliere i grassi più adatti al sapone da bucato è la lunghezza della catena atomica degli acidi grassi che li compongono. Acidi grassi come l’oleico – il principale elemento dell’olio di oliva e di moltissimi altri oli vegetali – e il linoleico che si trova in oli vegetali poco costosi come arachidi, girasole, mais hanno tutti una catena di 18 atomi di carbonio e rappresentano quindi una buona scelta per il sapone da bucato. Anche lo stearico, contenuto nei grassi animali o in certi saturi vegetali, ha la stessa lunghezza dell’oleico ma, una volta saponificato, in presenza di acque calcaree può formare depositi insolubili sui tessuti e nelle tubature. Buono invece anche l’olio di cocco nonostante il suo principale componente, l’acido laurico, abbia una catena più corta dell’oleico con soli 12 atomi di carbonio.

Un altro fattore importante è il pH e qui entra il gioco l’eccesso di soda che è necessario calcolare nella formulazione dei saponi da bucato. Se in quelli per il corpo, il pH normale è attorno al 9, perché un sapone risulti efficace nel bucato bisogna salire a pH 10.5 o 11. Finora noi abbiamo lavorato in eccesso di alcali tra il 3 e il 5%, ma l’esperienza di un professionista come Rodolfo Baraldini arriva a suggerire eccessi anche del 10%. Rodolfo ha pubblicato un post sul suo blog a proposito dell’uso del sapone autoprodotto nel bucato che è un ottimo approfondimento e che conferma molte delle nostre sperimentazioni. Ciò che Rodolfo conferma con la sua esperienza è che, come già avevamo verificato Marina ed io, inserire nel sapone aceto o persino bicarbonato, pretendendo che questi additivi lo facciano diventare un super-detersivo è… tempo perso (e denota anche scarsa conocenza dell’Abc della saponificazione).

Durezza dell’acqua e sequestranti

Più l’acqua è dura e meno lava il sapone, questo è il principio di base. I sali metallici disciolti in acqua infatti si combinano col sapone, ne dimuiscono il potere detergente e possono formare depositi insolubili. Per questo partire da un sito web che aiuta a capire quando sia dura l’acqua nella zona in cui abitiamo può dare un’ottima mano! A questo punto, se abbiamo scoperto che viviamo in un’area dove l’acqua è dura o molto dura, diventa importante prevedere l’aggiunta di sequestranti o direttamente al sapone o, meglio, in fase di lavaggio. Sodio citrato e sodio gluconato sono i più usati dai saponai autoproduttori, ma c’è chi ha sperimentato anche col tetrasodio etidronato. Di additivi sequestranti parliamo nel manuale “Sapone fatto in casa for Dummies“, ne parla Rodolfo nel post del suo blog che abbiamo citato e ne discutiamo molto spesso nel nostro gruppo su Facebook.

Immagine del post: by Antonio Mette (Own work) [CC BY-SA 4.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], via Wikimedia Commons

I segreti del sapone che fa schiuma

Sapone for dummies (e per gatti)Come dev’essere il sapone perfetto? Biologico, gentile, profumato, colorato? Ovviamente sì. Ma la caratteristica che tutti, proprio tutti, sembrano pretendere dal proprio sapone è che faccia schiuma. Tanta, tantissima schiuma.

 

 

Come scriviamo nel nostro manuale Il sapone fatto in casa For Dummies 

la schiuma è il prodotto della sinergia tra l’azione fisica dello sfregamento e quella chimica della combinazione del sale-sapone con l’acqua e l’ossigeno dell’aria. (…) Se potessimo far sapone in laboratorio usando solo acidi grassi puri, e ci lavassimo in acqua distillata, i grassi che darebbero le soddisfazioni maggiori in fatto di schiuma sarebbero quelli che hanno una catena atomica lunga, e pertanto quelli monoinsaturi e insaturi. Così, per esempio, l’olio di cocco ha una catena più corta dell’olio di oliva perché contiene in prevalenza acido grasso laurico, che ha solo 12 atomi di carbonio, mentre la catena dell’olio di oliva ne ha 18.In teoria dunque, dal momento che l’olio di oliva ha una catena di atomi di carbonio più lunga dell’olio di cocco, dovrebbe fare più schiuma di quest’ultimo. Ma questo non è esattamente il contrario di tutto quello che si legge sul sapone? Perché allora si dice che è l’olio di cocco il principale responsabile della schiuma, mentre l’olio di oliva fa solo bavetta? Dov’è la verità? La verità sta, come al solito, nella complessità che caratterizza il mondo in cui viviamo e che quasi mai ci permette di dare risposte univoche. Qui regnano infatti altre variabili che influenzano la capacità del nostro sapone di fare schiuma: per esempio, la durezza dell’acqua e la sua temperatura.
Ed è proprio la combinazione di questi fattori esterni a caratterizzare l’olio di cocco come grasso “schiumogeno”, sebbene dal punto di vista della struttura chimica non abbia i numeri per essere il migliore. Nonostante la sua catena atomica corta infatti, l’olio di cocco trasformato in sale-sapone si scioglie meglio nell’acqua di rubinetto di quanto non facciano altri grassi saponificati; e lo fa a una temperatura più bassa, assicurando tante bolle a tutti gli amanti del genere”.

Nei primi capitoli del libro, spieghiamo quali ingredienti o additivi possono essere usati per creare le bolle, in combinazione o in sostituzione dell’olio di cocco. Qui possiamo fare un piccolo riassunto:

  • l’aggiunta di olio di ricino (nelle percentuali consentite) rende il sapone più schiumoso;
  • la presenza di oli di soia o di arachidi;
  • la presenza di olio di palmisto (olio di noccioli di palma) che ha la stessa resa e le stesse controindicazioni del cocco;
  • la presenza di ingredienti zuccherini (da usare con le cautele suggerite nel libro perchè fanno aumentare la temperatura della reazione chimica, con conseguenze che bisogna saper gestire…);
  • l’aggiunta di emulsionanti (per questo fate riferimento agli esperimenti sul gruppo facebook Il Mio Sapone dove questa teoria è nata);
  • l’aggiunta di lana o seta grezza (dosaggi e modalità indicate nel libro e nel gruppo);

C’è poi un piccolissimo e semplicissimo trucco per far schiumare il sapone, anche il meno… dotato di suo. Basta usarlo tenendolo avvolto in una retina (di mussola, di tulle, di cotone etc) e strofinarlo forte tra le mani prima di passarselo sul corpo. Easy peasy… 🙂

Per i patiti della chimica, tra i contenuti extra del libro For Dummies c’è una tabella con la composizione degli acidi grassi di ciascun olio e la loro resa nel sapone.

Ah, vi state chiedendo che cosa c’entri un gatto nel lavabo con questo post? Niente. Però era carino, dai… 😛

Come scegliere ingredienti e metodi per il sapone che hai in mente

sapone-soap-iconVolete fare un sapone per il viso oppure ne volete uno con effetto-scrub? Vorreste preparare una saponetta per il vostro bambino ma non sapete da dove cominciare? La scelta degli ingredienti e del metodo per fare in casa il sapone che avete in mente può essere complicata, sia che abbiate cominciato da poco, sia che ormai abbiate una certa esperienza.

E’ facile perdersi tra tutte le varianti dei metodi a caldo o a freddo, ma anche confondersi nella combinazione dei grassi e nel calcolo dello sconto della soda. In base alla nostra esperienza abbiamo preparato una scheda di riepilogo che può aiutarvi a non perdere l’orientamento quando vi mettete a tavolino per “progettare” il vostro prossimo sapone.

Saponi da bagno e da doccia

Tipi di sapone: saponette, saponi liquidi, trasparenti, rilavorati

Ingredienti consigliati: nessuna limitazione nella combinazione degli oli. Scegliete grassi e additivi schiumogeni a seconda dei vostri gusti.

Ingredienti da evitare: solo quelli non graditi/tollerati da chi userà il sapone

Dosaggio degli alcali: sconto tra il 5 e l’8% per le saponette, sconti più alti in presenza di alte quantità di olio di cocco. Fino al 3% per i saponi liquidi.

Metodi consigliati: metodi a freddo e a caldo, metodi per i saponi liquidi, trasparente e rilavorati.

Saponi per pelli difficili

Tipo di sapone: saponette e rilavorati, evitate liquidi e trasparenti.

Ingredienti consigliati: ottimi i 100% oliva, attenzione nella scelta di grassi che producono saponi molto detergenti o dei grassi che possono dare allergie specifiche (vedi sotto). Restringete il campo degli additivi a latte, miele, zucchero, fibre di seta, catrame vegetale.

Ingredienti da evitare: olio di cocco e palmisto, usate con cautela ricino, burro di cacao, burro di karitè. Evitate gli additivi tranne quelli appena elencati, evitate fragranze e oli essenziali.

Dosaggio degli alcali: tra il 7 e il 15% per le saponette

Metodi consigliati: metodi a freddo e a caldo, rilavorati.

Saponi per i bambini

Tipo di sapone: saponette e rilavorati, evitare liquidi e trasparenti

Ingredienti consigliati: ottimi i saponi 100% oliva, con eventuale aggiunta di poco olio di
ricino (dall’1% al 3%) per migliorare la schiuma. Tra gli additivi consentiti: latte, miele, zucchero, fibre di seta. Nei saponi rilavorati potete usare oleoliti di calendula o camomilla come surgrassanti, oppure infusi delle stesse piante come liquido.

Ingredienti da evitare: oli di cocco e di palmisto. Usate con cautela olio di ricino, burro di
karitè e burro di cacao. Evitate tutti gli additivi salvo quelli citati. Evitate oli essenziali e fragranze nei saponi per bambini fino a 3 anni. Per bambini più grandi, dimezzate la quantità che usereste per gli adulti.

Dosaggio degli alcali: sconto tra il 9% e il 15%

Metodi consigliati: metodi a caldo con l’aggiunta di surgrassanti dopo la cottura, metodi per saponi rilavorati.

Dal sito dei Contenuti Extra del libro Sapone fatto in casa For Dummies, potete scaricare la scheda completa con le istruzioni per

  • saponi per il viso
  • saponi da barba e depilazione
  • saponi scrub
  • saponi shampoo
  • saponi per gli amici a quattro zampe
  • saponi per il bucato
  • saponi per la casa

Oleoliti: prepararli e usarli nel sapone

oleolito di lavandaGli oleoliti, o oli macerati, sono uno degli ingredienti che i saponai usano più spesso nelle loro creazioni. Il principio alla base della preparazione di un oleolito è semplice e si basa sulla macerazione in olio di materiale vegetale, derivante da piante officinali o alimentari.

Nel sapone la funzione degli oleoliti non è propriamente cosmetica, in quanto gli attivi contenuti nelle piante difficilmente riescono a sopravvivere al calore e all’alcalinità della reazione di saponificazione. Di questo argomento avevamo già parlato in questo blog, spiegando la resa dei macerati in base al tipo di olio.

Ma gli oleoliti possono essere preparati per esempio con piante tintorie e quindi servire come delicati coloranti naturali oppure, se fatti con piante officinali profumate, possono contribuire con un leggero aroma. Se volete un sapone che sappia di lavanda sul serio, non potrete evitare l’uso dell’olio essenziale o di una fragranza cosmetica. Ma se il vostro naso ama i profumi delicatissimi e appena accennati, un oleolito, magari aggiunto a fine cottura in un sapone preparato a caldo, potrebbe essere la scelta giusta.

Le scuole di pensiero sulla preparazione degli oleoliti sono diverse. Diciamo che i metodi principali però sono due: la macerazione di piante secche al buio o quella di piante fresche al sole. Per semplificarvi la vita e spiegarvi quali piante potete usare, quali oli e come mettervi all’opera, abbiamo preparato un piccolo riassunto da scaricare e conservare. Lo trovate sul sito del nostro manuale Sapone fatto in casa For Dummies, Hoepli Editore.

Non tutte le piante però sono, in automatico, adatte alla preparazione di macerati. Prima di procedere ricordatevi di alcuni punti fondamentali:

  • Le piante adatte alla macerazione devono contenere sostanze solubili in olio. Alcuni attivi vegetali, comprese le sostanze coloranti, sono solubili in acqua (e quindi conviene fare un infuso) oppure in alcol. Seguite la nostra tabella per scegliere il materiale vegetale da usare.
  • Documentatevi su quale parte della pianta è meglio usare e verificate che non ci siano controindicazioni per l’impiego in cosmetica. Non è automatico, infatti, che ciò che è buono da mangiare, sia anche buono da spalmare sulla pelle! Pensate al peperoncino…
  • Se volete sfruttare al meglio le proprietà cosmetiche di un macerato non usatelo nel sapone, ma in prodotti destinati a restare a contatto con la pelle come creme, lozioni, balsami, burri. Una guida utile è il nostro libro Aromi, profumi e balsami naturali.

Acidi grassi: nomi e funzioni nel sapone autoprodotto

olio di vinaccioliGli acidi grassi sono i mattoncini fondamentali di tutti gli oli e i grassi che si trovano in natura. Si tratta di molecole dalla forma allungata nelle quali le catene di atomi di carbonio – di solito tre visto che si parla di trigliceridi, sono legate in un’unica struttura da una molecola di glicerolo.

Gli acidi grassi sono circa un centinaio, ma quelli che interessano nell’autoproduzione di sapone sono più o meno una quindicina e si trovano negli oli e nei grassi più comuni. Sapere la quantità di acidi grassi contenuta nella materia prima del sapone e capire la loro resa nel prodotto finito, è un elemento importante per avere un’idea di come i grassi vadano scelti e combinati.

Ma non tutto è così semplice come sembra. Come spieghiamo nei capitoli 3 e 19 del nostro nuovo manuale Il sapone fatto in casa For Dummies il contenuto di acidi grassi di ciascun olio può variare moltissimo a seconda della provenienza, delle annate se si tratta di oli vegetali e persino dei sistemi di estrazione. Questa complessità mette molto in crisi le pretese di “scientificità” nella produzione casalinga del sapone, ma è sicuramente un’informazione importante per tutti i saponai che vogliono capire meglio che cosa succede nel loro pentolone quando la reazione di saponificazione è stata messa in moto.

Tra i contenuti extra che è possibile scaricare dal sito del libro abbiamo incluso una tabella in cui abbiamo elencato gli acidi grassi saturi, insaturi e polinsaturi a seconda delle loro funzioni nel sapone. Datele un’occhiata perché potreste scoprire parecchie sorprese! La realtà è sempre molto, ma molto più complessa di quanto si potrebbe pensare.

Il “tutto cocco”: un sapone da amare o da odiare

Un pesciolino 100% cocco.

Un pesciolino 100% cocco.

Il sapone di solo olio di cocco è una “creatura” speciale che suscita sentimenti opposti: o lo si ama alla follia o lo si detesta.

Il motivo che porta una parte di saponai a dire che il tutto cocco è  un sapone eccezionale è sostanzialmente il medesimo che scatena l’avversione dei detrattori e ha persino un nome proprio: acido laurico. Il grasso estratto dalla polpa del cocco è composto fino a circa il 50% da questo trigliceride che, se fatto reagire con la soda caustica, produce un sale sodico molto schiumoso ma anche molto detergente. In un altro post su questo blog ho parlato del falso mito dell’olio di cocco irritante. Un sapone di solo olio di cocco produce quindi quantità enormi di schiuma a grandi bolle cremose, ma ha anche un effetto disseccante sulla pelle che lo rende particolarmente aggressivo. Non a caso, nel tentativo di “addolcirlo”, si applicano al tutto cocco sconti soda altissimi (dal 15 al 20%) mentre per saponi fatti con altri oli un superfatting ritenuto “normale” tende a non superare il 10%.

Nonostante sia un sapone mono-olio bisogna inoltre sapere che il tutto cocco non è facilissimo da fare ma richiede un minimo di esperienza per saper gestire possibili “effetti collaterali” dovuti al surriscaldamento. La reazione chimica con la soda caustica è infatti particolarmente “bollente”, tanto che le probabilità di vedere un tutto cocco eruttare fuori dallo stampo o ammassarsi al secondo colpo di frullatore sono tutt’altro che remote.

Ecco quindi un piccolo elenco di ciò che è bene tenere a mente quando si progetta di preparare un sapone di solo olio di cocco.

1) Fate il 100% cocco seguendo il metodo a freddo di base che vi permette il controllo delle temperature. Non seguite né il metodo tutto a freddo, né tanto meno quello ad acqua ridotta dove il rischio di surriscaldamento sarebbe ancora più estremo. Se proprio volete stare sul sicuro, utilizzate il metodo a freddo a temperatura ambiente dove anche la soda caustica è lasciata raffreddare completamente prima di aggiungerla al grasso. Una descrizione di tutti i metodi e delle loro differenze la trovate nel nostro manuale “Il tuo sapone naturale. Metodi e consigli pratici“.

2) Lavorando col metodo a freddo di base, tenete le temperature di grassi e soluzione caustica sui 35°.

3) Evitate stampi lunghi e stretti (del tipo dei tubi delle patatine o i cartoni del latte), ma preferite forme larghe o stampini monodose dai quali il calore in eccesso possa disperdersi senza problemi.

4) Evitate accuratamente tutti gli ingredienti che contribuiscono ad alzare la temperatura (miele, latte, sostanze zuccherine in genere) e le fragranze cosmetiche che sono note per provocare ammassamento.

5) Andateci piano col frullatore: un paio di colpi in genere sono sufficienti per arrivare al nastro e il sapone è pronto da versare negli stampi.

5) Se avete seguito il metodo a freddo di base non coprite gli stampi, se avete seguito il metodo a freddo a temperatura ambiente usate una copertura molto leggera.

6) Il sapone tutto cocco solidifica molto in fretta. Date un’occhiata dopo 18 ore ed eventualmente toglietelo subito dagli stampi. Timbratelo o tagliatelo immediatamente perché più indurisce e più potrebbe rompersi o sbriciolarsi.

Vantaggi di un sapone 100% cocco: fa tantissima schiuma persino in acqua salata, è molto solubile, deterge in profondità, mantiene molto bene le forme e si presta a stampini con disegni in rilievo, è di un bel bianco perlaceo.

Svantaggi di un sapone 100% cocco: si consuma terribilmente in fretta, aggredisce il film protettivo della pelle e può portare a irritazioni, il cocco non è un grasso a “chilometri zero” o a basso impatto ambientale, il problema del surriscaldamento limita la scelta di ingredienti che si possono usare nella ricetta.

Nel gruppo su Facebook, “Il mio sapone” abbiamo fatto un esperimento collettivo sul sapone 100% cocco che ha dato vita a una discussione molto interessante.

La funzione del sale nel sapone

ric221Dopo l’immarcescibile coppia latte&miele, dopo il continuo successo dei saponi simil-Aleppo ecco un altro ingrediente che sembra essere diventato molto popolare tra i saponai casalinghi: il sale.

Il cloruro di sodio ha una duplice funzione nel sapone autoprodotto a seconda delle quantità che se ne aggiungono.

Il primo caso è l’uso del sale da cucina per migliorare la consistenza finale del sapone. Secondo l’esperienza di alcuni, basterebbero circa 10 grammi di sale su un lotto da un chilo di grassi per renderlo più duro e compatto. Il sale inoltre, per la sua capacità di “attirare” le tracce di acqua presenti nel sapone, svolgerebbe anche una blanda azione anti-ossidante. In questo caso, si parla dunque di aggiungere l’1% di cloruro di sodio, facendolo sciogliere direttamente nell’acqua della soluzione caustica.

Il secondo caso è l’impiego del sale come agente esfoliante nei cosiddetti “saponi termali”; si tratta di saponi che vengono usati per trattamenti occasionali di pulizia profonda della pelle, laddove sia necessaria la rimozione dello strato più superficiale della cute, quello dove si depositano le cellule morte e il sebo. In questo caso la quantità di sale aggiunta al sapone può arrivare anche oltre il 50% su un lotto da un chilo e il cloruro di sodio viene incorporato nel sapone al momento del nastro, prima di versarlo nelle forme. A seconda dell’intensità dell’effetto peeling desiderato, si possono usare sale fino o grosso, magari pestato nel mortaio per uniformarne la grana. Possono essere utilizzati tutti i tipi di sale, da quello marino a quello dell’Himalaya, da quello del Mar Morto al comune salgemma. Nel libro I tuoi saponi naturali abbiamo previsto diverse ricette di saponi al sale con dosaggi variabili e abbinamento ad altri agenti esfolianti come la pietra pomice (nella foto). I saponi termali vanno utilizzati saltuariamente e con un po’ di buonsenso: chi ha la pelle molto delicata o irritata farebbe meglio ad evitarli, così come non andrebbero mai usati sul viso. L’uso di saponi esfolianti deve essere accompagnato dall’applicazione di una lozione idratante/nutriente che restituisca alla pelle la “protezione” rimossa durante il lavaggio.

Il giardino dei saponai: la calendula

IMGP4361Inauguro oggi una microscopica scuola di giardinaggio per chi vuole coltivare in casa o sul balcone le piante che si usano più di frequente nel sapone. Tra queste merita un posto d’onore la calendula (nome botanico Calendula officinalis) che ho seminato proprio oggi, approfittando di una bellissima giornata di sole dopo una primavera un po’ pazzerella. Vivo in una zona climatica che può essere paragonata a quella alpina, con estati brevi e fresche, inverni lunghi e molto freddi. Per questo motivo preferisco seminare le calendule in aprile/maggio in modo da poterle raccogliere verso la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. In zone più calde si possono seminare le calendule anche in estate, godendo della loro fioritura verso il tardo autunno.

I semi della calendula si trovano in qualsiasi garden center o negozio di giardinaggio. Cercate la varietà giusta, controllando il nome botanico riportato sulla confezione, perché esistono molte varianti ornamentali di questa pianta e non è automatico che tutte siano ugualmente pregiate per l’uso in cosmetica o in erboristeria. Sia che lo si faccia in un’aiuola, ai bordi dell’orto o in un vaso del balcone, per seminare la calendula basta spargerne i semi sul terreno, coprirli leggermente con del terriccio e innaffiare a volontà. Le calendule producono molti semi quindi, se li raccoglierete una volta giunti a maturazione, potrete metterli a dimora l’anno successivo senza doverli ricomprare.

La calendula è una pianta rustica che ha bisogno davvero di pochissime cure: acqua e sole sono gli elementi che le servono per crescere felice. Anche se la terrete in vaso, cercate di trovarle un posto soleggiato e vi ricompenserà con fioriture ricchissime.

I fiori di calendula vanno raccolti quando sono asciutti, fatti seccare all’ombra in un luogo ben ventilato, avendo cura di girarli e di tenerli molto ben puliti per evitare marciumi o muffe. Io uso un telo di tulle ben teso tra due montanti (potete usare dei libri o altri oggetti pesanti a questo scopo) perché i buchini della stoffa consentono all’aria di circolare e permettono alla polvere di non depositarsi sui fiori.

Usi nel sapone? Si può fare un infuso di fiori freschi o secchi e utilizzarlo come liquido della soluzione caustica o per la diluizione della pasta di sapone liquido come descritto nel manuale “Il tuo sapone naturale”. Si possono aggiungere piccole quantità di fiori secchi (1 cucchiaio per kg di grassi di base come norma) per aggiungere texture e un leggero colore. Si possono preparare oleoliti da utilizzare come superfatting al nastro nei saponi a freddo o dopo la cottura nei saponi a caldo. Gli oleoliti di calendula danno un leggero colore giallo/arancio al sapone se sono usati in grande quantità. A parte il discorso dell’infuso, preferite fiori secchi per tutti gli altri utilizzi nel sapone. La presenza di acqua nei fiori freschi può sempre dare qualche inconveniente come la formazione di muffe e fermentazione.