Ma voi lo sapete come si usa il sapone?

Quando si tratta di detergenza, che è il termine tecnico per definire il lavarsi, c’è sempre molto da imparare. Insaponarci e sciacquarci sono gesti che facciamo spesso senza pensare, ma sui quali invece dovremmo cominciare a riflettere, tenendo presente alcune considerazioni. Spesso ci preoccupiamo dell'”aggressività” del sapone o del detergente che usiamo, senza tenere conto che l’atto del lavarsi è la somma di fattori diversi, ciascuno dei quali gioca un ruolo nell’esito finale.

  • La pelle del nostro corpo non è tutta uguale. Il viso, per esempio, ha bisogno di essere pulito in maniera diversa rispetto alle spalle. I talloni non possono essere trattati come la schiena e così via. Imparate a conoscere la vostra cute e le sue esigenze.
  • Lavarsi è un esercizio di altissimo equilibrismo: deve rimuovere lo sporco, ma senza
    danneggiare lo strato protettivo della pelle che pure, in parte, è responsabile dello
    sporco stesso.
  • ll detergere è dato dalla combinazione di due fattori: l’applicazione di un detergente
    (sapone o miscela di tensioattivi) e l’azione di sfregamento che possiamo fare con le mani, una spugna, una retina o una pezzuola.
  • Per ottimizzare questi due fattori, provate ad avvolgere la saponetta in un sacchetto
    di tessuto morbido e trasparente come la mussola. Un semplice gesto per un doppio vantaggio: il sapone smetterà di scivolarvi dalle mani e produrrà una schiuma ricca e cremosa. Oppure, insaponate una spugna (morbida per il viso, a effetto massaggio per il corpo, leggermente abrasiva per i punti difficili) e lavatevi con quella: sarete sorpresi dalla massa di schiuma che con questi piccoli trucchi producono anche i famigerati “tutt’oliva”!
  • Per il viso, fate schiumare la vostra saponetta tra le mani. Quindi prendete la schiuma e applicatela delicatamente attorno agli occhi, sulla fronte, sul mento, massaggiando la pelle coi polpastrelli per qualche secondo. Ora potete risciacquarvi o passare una spugnetta morbida se volete una pulizia più profonda.
  • Il viso andrebbe lavato la sera perché durante la notte la pelle abbia il tempo di ricostituire il suo “mantello” idrolipidico senza essere esposta all’aria o ai raggi solari. Di mattina basta una risciacquata, più per svegliarvi che per pulirvi!
  • Dopo aver lavato il viso (specialmente se col sapone) applicate una crema nutriente
    per aiutare la pelle a ritrovare il suo normale equilibrio lipidico e per proteggerla dall’attacco degli agenti atmosferici e dall’inquinamento dell’aria.
  • Applicate una lozione leggera su tutto il corpo dopo la doccia per mantenere una pelle sana a tutte le età.
  • Non abusate di saponi a effetto peeling. Prendete l’abitudine di usarli saltuariamente
    (per esempio ogni due settimane o una volta al mese) e soltanto sulle aree del corpo dove lo scrub è necessario.
  • Lavarsi è un modo di coccolarsi! Fatelo senza stress, prendetevi il tempo necessario
    a volervi bene.
  • La nostra pelle cambia, con le stagioni, l’età, gli stati d’animo: imparate ad ascoltarla e a trattarla di conseguenza.

Per scrivere questa parte abbiamo fatto riferimento, oltre che alla nostra esperienza pratica, al blog Nononsensecosmethic.org di Rodolfo Baraldini, esperto di formulazioni cosmetiche, divulgatore e soprattutto cacciatore di “bufale” e falsi miti del marketing cosmetico. Questo post è un estratto dal nostro manuale “Il sapone fatto in casa for Dummies”.

For dummies in pillole: metodo ad acqua ridotta

Nei saponi fatti col metodo a freddo di base, l’acqua è calcolata in rapporto al peso dei grassi e ne rappresenta circa un terzo. Nel nostro manuale “Il sapone fatto in casa for dummies” introduciamo anche un altro sistema per determinare la quantità del liquido, che non è più basata sulla quantità di grassi, ma sulla concentrazione della soluzione caustica (ovvero sul rapporto tra peso della soda e peso del liquido). Quando si comincia a ragionare in termini di concentrazione della soluzione caustica, ecco che si entra nell’ambito dei metodi a freddo ad acqua ridotta o “scontata”. Questo metodo è descritto in dettaglio nel nostro manuale “Il sapone fatto in casa for dummies” ma qui riporto un riepilogo generale che, per ragioni di spazio, non era stato possibile inserire nel libro. Le informazioni si riferiscono ai saponi solidi, cioè quelli fatti con la soda caustica, non ai saponi liquidi.

Temperature di miscela – Oli tra 40 e 45° C. Soluzione caustica a meno di 40° C.


Consistenza della pasta di sapone – Da fluida a densa a seconda degli oli usati e della concentrazione di soda. Adatta a saponi decorativi semplici (soprattutto quelli a strati), meno adatta agli swirl.


Consistenza del sapone – Omogenea, liscia. Scegliete lo stampo in base al tipo di pasta che prevedete di ottenere. Almeno all’inizio, usate stampi con divisori, oppure semplici stampi individuali senza troppo dettaglio.


Ingredienti da evitare – Da evitare o usare con grande perizia tutti gli ingredienti che provocano surriscaldamento (ingredienti zuccherini, latte, olio di cocco in grandi quantità, olio di riso etc). Lavorando con soluzioni caustiche più concentrate, la temperatura tenderà a essere sempre più alta.


Adatto per – Saponi solidi per il corpo, il bucato, gli animali domestici, la casa


Non adatto per – Saponi decorativi dove bisogna lavorare a temperature basse, saponi in crema o trasparenti.


Da evitare assolutamente per – Saponi liquidi, saponi con misto alcali KOH-NaOH


Aggiunta oli surgrassanti – Indifferentemente al nastro o all’inizio, regolando opportunamente lo sconto soda.


Vantaggi – Saponi più duri e compatti, senza bisogno di alte percentuali di grassi saturi. Tempi di asciugatura ridotti. Attenzione perché lavorare ad acqua ridotta non accorcia in automatico il tempo di stagionatura del sapone. La stagionatura, lo ricordo, non serve solo a far asciugare il sapone, ma serve soprattutto a far compattare e assestare la struttura cristallina dei sali sodici che lo compongono.


Svantaggi – Limitazioni nella scelta degli ingredienti. Richiede esperienza.

Sapone da bucato autoprodotto: formula con acidi grassi a catena lunga

La ricerca di un sapone autoprodotto che funzioni nel bucato richiede, come abbiamo già scritto in questo blog più volte, una certa dose di sperimentazioni. Difficilmente si azzecca la formula ideale al primo colpo, perché l’efficacia del sapone in lavatrice dipende anche da fattori che non hanno strettamente a che vedere con gli ingredienti di cui è fatto, come la temperatura del lavaggio, la durezza dell’acqua, l’efficienza della lavatrice e, ovviamente, il tipo di sporco.

Sull’onda di tante discussioni nel nostro gruppo su Facebook Il Mio Sapone e grazie a un post di Rodolfo Baraldini sul suo blog Nononsensecosmethic, mi è tornata la voglia di rimettermi a fare il piccolo chimico e di giocare un po’ con la formulazione dei saponi per il bucato in lavatrice.

IMGP4325Primo passo, la scelta degli oli – Il primo passo di questo nuovo “viaggio” è cominciato da una riflessione sulla scelta dei grassi per fare il sapone. Sono partita dalla nostra tabella del libro “Sapone fatto in casa for dummies” che descrive il contenuto in acidi grassi degli oli vegetali, e da qui ho scelto quelli a maggior contenuto di acido oleico (catena a 18 atomi di carbonio, C18:1) e di acido linoleico (C18:2). Gli acidi grassi a catena lunga non danno saponi molto solubili se l’acqua è a bassa temperatura, ma la loro prestazione migliora quando si raggiungono le normali temperature di lavaggio in lavatrice. E hanno il vantaggio di non produrre eccessiva schiuma o di legarsi ai metalli disciolti in acqua come capita ai sali sodici ottenuti dall’acido stearico.

Partendo da queste considerazioni, ho formulato un sapone combinando il 65% di oli polinsaturi ricchi di acido linoleico col 15% di oli monoinsaturi ricchi di oleico. La scelta è caduta su oli che avevo in casa e che si trovano facilmente ovunque: girasole e oliva. A questa base, ho aggiunto il 20% di olio di cocco per sfruttare il potere lavante e la solubilità in acqua dei sali sodici di acido laurico (catena a 12 atomi di carbonio C:12).

Secondo passo, eccesso di alcali al 10% – Contrariamente a quanto avevo fatto finora, ho poi portato l’eccesso di alcali fino al 10%, supportata in questo dalla considerazione di Baraldini sul fatto che i detergenti industriali hanno spesso eccessi di “soda” addirittura del 20%. Sapendo che così tanta soda caustica avrebbe fatto aumentare la temperatura della reazione chimica e che la presenza dell’olio di cocco mi esponeva a un effetto-vulcano quasi garantito, ho deciso di lavorare con una quantità di acqua calcolata, come in molte ricette “tradizionali”, sulla quantità del peso dei grassi. Giusto per andare sul sicuro…. E ora ecco la ricetta completa!

Sapone da bucato C12-C18

Olio di girasole 650 g

Olio di cocco 200 g

Olio di oliva 150 g

Soda caustica 160 g (eccesso 10%)

Acqua 300 g

saponefattoincasafordummies2

Il sapone passato nel macinino

Terzo passo, la preparazione del sapone – Con questi ingredienti ho fatto sapone seguendo il metodo a freddo di base. Per evitare scherzi con le temperature, ho lavorato con soda e grassi attorno ai 30°. Ho poi versato il sapone in uno stampo molto grande in modo che lo strato di pasta restasse piuttosto sottile, ma che avesse comunque massa sufficiente per attraversare la fase del gel. Dopo due giorni ho tolto il sapone dallo stampo e, indossando i guanti, l’ho ridotto a pezzetti con un coltello. Ho lasciato i dadini di sapone nello stampo una decina di giorni, girandoli ogni tanto con una forchetta perché prendessero aria e si asciugassero bene. A quel punto, li ho messi nel robot da cucina e li ho macinati a dovere.

saponebucato

Gel viscoso, diluizione 1:1

Quarto passo, diluizione del sapone – In tutti questi anni, ho preparato gel da bucato con diluizioni 1:10 o 1:5 (una parte di sapone e 10 o 5 di acqua), ma stavolta ho voluto percorrere una strada nuova e accettare l’idea di Baraldini di una diluizione 1:1 per avere un sapone più concentrato e più facilmente dosabile. Ho scelto inoltre di diluirlo a freddo, senza ricorrere ai fornelli né al bagnomaria. Ma per non rischiare di buttare via tutto, sono partita da una piccola quantità. Ho messo 100 grammi del mio sapone macinato in un contenitore di plastica dura e ci ho versato sopra 100 grammi di acqua bollente. Per facilitare la diluizione ho aggiunto anche un 20% di alcol etilico. Ho isolato con un asciugamano di spugna bello pesante e lasciato riposare il tutto per un paio d’ore. A quel punto, aiutandomi, con una forchetta, ho cominciato a mescolare fino a ottenere un “pastone” ancora abbastanza grumoso. Ho dato modo al sapone di riposare per altre 24 ore e, il giorno dopo, il gel viscoso era pronto…. bello, lucido e concentrato come si vede nella foto! Volendo aggiungere una profumazione, cosa che stavolta non ho fatto perché ero più interessata alla formulazione che agli additivi, sarebbe bastato aggiungerla all’alcol etilico prima di incorporarla al sapone. Il pH di questo gel viscoso è alto (11,5 misurato con le mie cartine), questo significa che bisogna maneggiarlo coi guanti e che non è adatto a lavare fibre di origine animale (lana, seta) sensibili ai detergenti troppo alcalini.

Per completare l’esperimento ho deciso inoltre che questo sapone non avrebbe contenuto sequestranti, almeno fino a quando non avessi testato le sue prestazioni in lavatrice e non fossi giunta a conclusioni diverse. A voi quindi le prove-lavatrice nella prossima puntata di questa storia! 🙂

Sapone autoprodotto nel bucato: chimica ed esperienza pratica

Lavatrice_BoschUsare il sapone fatto in casa nel bucato è l’obiettivo di tanti che si accostano all’autoproduzione. L’idea di eliminare i detergenti industriali è una bella sfida, ma che, come tutte le sfide, richiede un po’ di pazienza, di studio e di sperimentazione.

Come ho ripetuto tante volte nelle nostre discussioni sull’argomento nel gruppo Facebook “Il mio sapone“, passare al sapone autoprodotto nel bucato non è un gesto automatico come cambiare la marca del fustino al supermercato. Richiede la conoscenza dei fattori che concorrono a far sì che una sostanza detergente, nel nostro caso il sapone, lavi i panni in maniera più o meno efficace. Da un lato questi fattori sono legati alla composizione del sapone e al suo pH. Dall’altro entrano in ballo la durezza dell’acqua, le temperature di lavaggio e la composizione dello sporco. Un piccolo esame preventivo per capire che cosa laviamo e come lo laviamo è sempre il punto di partenza per formulare un buon sapone.

Il sapone ideale

Le prestazioni di un sapone dipendono dalla composizione in acidi grassi degli oli che abbiamo usato per produrlo. Come abbiamo spiegato in una tabella riassuntiva che si può scaricare gratuitamente, un elemento importante per scegliere i grassi più adatti al sapone da bucato è la lunghezza della catena atomica degli acidi grassi che li compongono. Acidi grassi come l’oleico – il principale elemento dell’olio di oliva e di moltissimi altri oli vegetali – e il linoleico che si trova in oli vegetali poco costosi come arachidi, girasole, mais hanno tutti una catena di 18 atomi di carbonio e rappresentano quindi una buona scelta per il sapone da bucato. Anche lo stearico, contenuto nei grassi animali o in certi saturi vegetali, ha la stessa lunghezza dell’oleico ma, una volta saponificato, in presenza di acque calcaree può formare depositi insolubili sui tessuti e nelle tubature. Buono invece anche l’olio di cocco nonostante il suo principale componente, l’acido laurico, abbia una catena più corta dell’oleico con soli 12 atomi di carbonio.

Un altro fattore importante è il pH e qui entra il gioco l’eccesso di soda che è necessario calcolare nella formulazione dei saponi da bucato. Se in quelli per il corpo, il pH normale è attorno al 9, perché un sapone risulti efficace nel bucato bisogna salire a pH 10.5 o 11. Finora noi abbiamo lavorato in eccesso di alcali tra il 3 e il 5%, ma l’esperienza di un professionista come Rodolfo Baraldini arriva a suggerire eccessi anche del 10%. Rodolfo ha pubblicato un post sul suo blog a proposito dell’uso del sapone autoprodotto nel bucato che è un ottimo approfondimento e che conferma molte delle nostre sperimentazioni. Ciò che Rodolfo conferma con la sua esperienza è che, come già avevamo verificato Marina ed io, inserire nel sapone aceto o persino bicarbonato, pretendendo che questi additivi lo facciano diventare un super-detersivo è… tempo perso (e denota anche scarsa conocenza dell’Abc della saponificazione).

Durezza dell’acqua e sequestranti

Più l’acqua è dura e meno lava il sapone, questo è il principio di base. I sali metallici disciolti in acqua infatti si combinano col sapone, ne dimuiscono il potere detergente e possono formare depositi insolubili. Per questo partire da un sito web che aiuta a capire quando sia dura l’acqua nella zona in cui abitiamo può dare un’ottima mano! A questo punto, se abbiamo scoperto che viviamo in un’area dove l’acqua è dura o molto dura, diventa importante prevedere l’aggiunta di sequestranti o direttamente al sapone o, meglio, in fase di lavaggio. Sodio citrato e sodio gluconato sono i più usati dai saponai autoproduttori, ma c’è chi ha sperimentato anche col tetrasodio etidronato. Di additivi sequestranti parliamo nel manuale “Sapone fatto in casa for Dummies“, ne parla Rodolfo nel post del suo blog che abbiamo citato e ne discutiamo molto spesso nel nostro gruppo su Facebook.

Immagine del post: by Antonio Mette (Own work) [CC BY-SA 4.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], via Wikimedia Commons

I segreti del sapone che fa schiuma

Sapone for dummies (e per gatti)Come dev’essere il sapone perfetto? Biologico, gentile, profumato, colorato? Ovviamente sì. Ma la caratteristica che tutti, proprio tutti, sembrano pretendere dal proprio sapone è che faccia schiuma. Tanta, tantissima schiuma.

 

 

Come scriviamo nel nostro manuale Il sapone fatto in casa For Dummies 

la schiuma è il prodotto della sinergia tra l’azione fisica dello sfregamento e quella chimica della combinazione del sale-sapone con l’acqua e l’ossigeno dell’aria. (…) Se potessimo far sapone in laboratorio usando solo acidi grassi puri, e ci lavassimo in acqua distillata, i grassi che darebbero le soddisfazioni maggiori in fatto di schiuma sarebbero quelli che hanno una catena atomica lunga, e pertanto quelli monoinsaturi e insaturi. Così, per esempio, l’olio di cocco ha una catena più corta dell’olio di oliva perché contiene in prevalenza acido grasso laurico, che ha solo 12 atomi di carbonio, mentre la catena dell’olio di oliva ne ha 18.In teoria dunque, dal momento che l’olio di oliva ha una catena di atomi di carbonio più lunga dell’olio di cocco, dovrebbe fare più schiuma di quest’ultimo. Ma questo non è esattamente il contrario di tutto quello che si legge sul sapone? Perché allora si dice che è l’olio di cocco il principale responsabile della schiuma, mentre l’olio di oliva fa solo bavetta? Dov’è la verità? La verità sta, come al solito, nella complessità che caratterizza il mondo in cui viviamo e che quasi mai ci permette di dare risposte univoche. Qui regnano infatti altre variabili che influenzano la capacità del nostro sapone di fare schiuma: per esempio, la durezza dell’acqua e la sua temperatura.
Ed è proprio la combinazione di questi fattori esterni a caratterizzare l’olio di cocco come grasso “schiumogeno”, sebbene dal punto di vista della struttura chimica non abbia i numeri per essere il migliore. Nonostante la sua catena atomica corta infatti, l’olio di cocco trasformato in sale-sapone si scioglie meglio nell’acqua di rubinetto di quanto non facciano altri grassi saponificati; e lo fa a una temperatura più bassa, assicurando tante bolle a tutti gli amanti del genere”.

Nei primi capitoli del libro, spieghiamo quali ingredienti o additivi possono essere usati per creare le bolle, in combinazione o in sostituzione dell’olio di cocco. Qui possiamo fare un piccolo riassunto:

  • l’aggiunta di olio di ricino (nelle percentuali consentite) rende il sapone più schiumoso;
  • la presenza di oli di soia o di arachidi;
  • la presenza di olio di palmisto (olio di noccioli di palma) che ha la stessa resa e le stesse controindicazioni del cocco;
  • la presenza di ingredienti zuccherini (da usare con le cautele suggerite nel libro perchè fanno aumentare la temperatura della reazione chimica, con conseguenze che bisogna saper gestire…);
  • l’aggiunta di emulsionanti (per questo fate riferimento agli esperimenti sul gruppo facebook Il Mio Sapone dove questa teoria è nata);
  • l’aggiunta di lana o seta grezza (dosaggi e modalità indicate nel libro e nel gruppo);

C’è poi un piccolissimo e semplicissimo trucco per far schiumare il sapone, anche il meno… dotato di suo. Basta usarlo tenendolo avvolto in una retina (di mussola, di tulle, di cotone etc) e strofinarlo forte tra le mani prima di passarselo sul corpo. Easy peasy… 🙂

Per i patiti della chimica, tra i contenuti extra del libro For Dummies c’è una tabella con la composizione degli acidi grassi di ciascun olio e la loro resa nel sapone.

Ah, vi state chiedendo che cosa c’entri un gatto nel lavabo con questo post? Niente. Però era carino, dai… 😛

Miti da sfatare: l’olio di cocco è irritante

Le cose semplici, si dice, sono le migliori. Ed è vero. Ma secondo me non si può sempre dire altrettanto delle cose “semplificate”.

La semplificazione che spesso si fa su internet attorno a certi concetti che sono, invece, complessi, dà come esito finale la diffusione di “pezzi” di verità grossolanamente raffazzonati. Consolanti, magari, ma non aderenti alla realtà.

Lunga premessa per arrivare al dunque di una affermazione – “l’olio di cocco è irritante” – sulla quale è necessario fare qualche ulteriore riflessione. E qualche chiarimento.

Il povero olio di cocco in sè e per sé non è per niente irritante. E’ un grasso saturo di origine vegetale come altri che, per la dimensione delle sue molecole, tende a restare sulla pelle piuttosto a lungo, formando un film protettivo e non a caso è usato in burri per il corpo, unguenti e balsami per labbra. Ci possono essere implicazioni etico-ambientaliste riguardo il suo impiego, ma non è l’argomento di questo post.

L’olio di cocco però contiene, in notevole percentuale, un acido grasso specifico, il laurico, che, una volta fatto reagire con un alcali (soda caustica o potassio caustico), produce un sale sodico o potassico (per gli amici, sapone 🙂 ) con due caratteristiche molto specifiche. Un sapone di acido laurico fa una schiuma meravigliosa ed è anche molto – ma molto – detergente.

Ora, la detergenza è quel processo grazie al quale il grasso che si trova sulla superficie della nostra pelle viene staccato, miscelato con l’acqua e portato via. Un processo virtuoso quando si tratta di lavarci dallo sporco atmosferico e dalle tracce di Nutella sulle dita. Un processo stressante per la pelle quando, oltre alla Nutella, a finire nello scarico è anche quel sottile strato di grassi e liquidi che ne protegge la superficie e le impedisce di seccarsi e screpolarsi.

E qui veniamo al punto della nostra questione: che cos’è allora a essere irritante? Ed ecco la risposta:

è irritante l’uso continuato di saponi con un’alta percentuale di sali sodici o potassici di acido laurico, in presenza di una pelle che non tollera l’essere dilavata troppo in profondità.

Se la pelle, per i più svariati fattori individuali o ambientali, non ha la capacità di compensare l’eccessiva detergenza del sapone al cocco, ricostituendo il suo film protettivo, ecco che, a lungo andare, può sviluppare fenomeni irritativi. In alcune persone – e io sono tra quelle – la forza lavante dei saponi al cocco genera un po’ di secchezza o di prurito, da compensare con l’uso di una lozione o una crema dopo ogni doccia. In persone dall’epidermide più delicata o già irritata per altre cause può invece dare fastidi più “importanti”. Ma in altre persone con tipi di pelle più “resistenti” non dà alcun problema e anzi risulta un sapone molto schiumoso e piacevole. Usare solo olio di cocco in un sapone però richiede qualche cautela come ho spiegato in altro post su questo blog dedicato al Tuttococco.

Consiglio spicciolo per il saponaio che vuole formulare le sue ricette? Impara a conoscere la tua pelle e ad “ascoltarla”. Nel dubbio, tieni basso il dosaggio del cocco e controlla quali sono le tue reazioni a distanza di una settimana, un mese, tre mesi dal momento in cui hai cominciato a usare sapone che lo contiene. Usa comunque una crema o una lozione restitutiva perché, cocco o non cocco, la tua pelle te ne sarà grata!

Ancora una piccola cosa prima di chiudere: tutto questo discorso, dalla prima all’ultima sillaba, vale anche per l’altro olio ricco di acido grasso laurico, il palmisto. E’ noto anche come olio di noccioli di palma, deriva dalla stessa pianta da cui deriva l’olio di palma che però, siccome non contiene acido laurico, è del tutto “inoffensivo”.

Acidi grassi: nomi e funzioni nel sapone autoprodotto

olio di vinaccioliGli acidi grassi sono i mattoncini fondamentali di tutti gli oli e i grassi che si trovano in natura. Si tratta di molecole dalla forma allungata nelle quali le catene di atomi di carbonio – di solito tre visto che si parla di trigliceridi, sono legate in un’unica struttura da una molecola di glicerolo.

Gli acidi grassi sono circa un centinaio, ma quelli che interessano nell’autoproduzione di sapone sono più o meno una quindicina e si trovano negli oli e nei grassi più comuni. Sapere la quantità di acidi grassi contenuta nella materia prima del sapone e capire la loro resa nel prodotto finito, è un elemento importante per avere un’idea di come i grassi vadano scelti e combinati.

Ma non tutto è così semplice come sembra. Come spieghiamo nei capitoli 3 e 19 del nostro nuovo manuale Il sapone fatto in casa For Dummies il contenuto di acidi grassi di ciascun olio può variare moltissimo a seconda della provenienza, delle annate se si tratta di oli vegetali e persino dei sistemi di estrazione. Questa complessità mette molto in crisi le pretese di “scientificità” nella produzione casalinga del sapone, ma è sicuramente un’informazione importante per tutti i saponai che vogliono capire meglio che cosa succede nel loro pentolone quando la reazione di saponificazione è stata messa in moto.

Tra i contenuti extra che è possibile scaricare dal sito del libro abbiamo incluso una tabella in cui abbiamo elencato gli acidi grassi saturi, insaturi e polinsaturi a seconda delle loro funzioni nel sapone. Datele un’occhiata perché potreste scoprire parecchie sorprese! La realtà è sempre molto, ma molto più complessa di quanto si potrebbe pensare.